Berlino – lo Jüdisches Museum

Buongiorno,

Oggi vi presento un museo di Berlino che consiglio a chi si interessa di storia e di arte, lo Jüdisches Museum.

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“For every Jew living in Germany today, probably the most urgent question is: ‘When and where can I emigrate?'” Da un quotidiano del 1938.

Questo museo raccoglie documenti, oggetti e testimonianze che raccontano due millenni di storia del popolo ebraico, inoltre ospita installazioni d’arte permanenti e mostre temporanee. La parte storica è molto interessante, piena zeppa di oggetti e di documenti interessantissimi., ma spiegarvela risulterebbe molto lungo e noioso, perciò vi parlerò dell’aspetto artistico del museo. L’edificio stesso è un’opera d’arte, progettato da Daniel Libeskind: la pianta è a forma di fulmine, l’esterno è ricoperto da lastre di zinco “squarciate” da finestre sottili e allungate. Tutto ciò si riflette ovviamente sull astruttura interna del museo, composta da “assi che si intersecano: l’asse dell’esilio, l’asse dell’olocausto, l’asse della continuità.

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“Juden nicht erwunscht”. Fotografie dei numerosi cartelli che proibivano agli ebrei di entrare in certe zone.

Sono tre le opere che mi hanno colpita maggiormente:

La torre dell’olocausto. Uno spazio vuoto posto alla fine dell’asse dell’Olocausto. Una torre buia. L’unico spiraglio di luce entra da una piccola feritoia posta in alto. Qualche foro nella parete per permettere all’aria di entrare. I rumori che provengono dall’esterno sono tutti ovattati,distinguibili ma non consdivisibili. Il significato dell’opera mi sembra piuttosto chiaro.

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L’unico spiraglio di luce

Il giardino dell’esilio, a cui si accede dall’asse dell’esilio.  L’opera consiste in 49 pilastri in cemento posti su pianta quadrata. Lebeskind voleva far provare a chi camminasse tra questi pilastri la sensazione di straniamento e perdita d’orientamento che provavano gli ebrei esiliati. Ci è riuscito inclinando il piano su cui camminiami di sei gradi. Vi assicuro che è difficile camminare dritti in quest’opera.

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Vista dall’interno dell’installazione

Schalechet (foglie cadute) di Menashe Kadishman per me è stata l’opera più suggestiva. Prima di essere vista quest’opera viene sentita, infatti, ciò che mi ci ha portata è stato il rumore metallico che sentivo provenire da una stanza. Varcata la soglia mi sono trovata davanti a 10 000 volti in acciaio punzonato posti sul pavimento. I responsabili del rumore sono i visitatori, che sono invitati a camminare su di essi. L’esperienza è stupenda ed assolutamente angosciante.

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I volti in primo piano

Nella sezione “World of Ashkenaz”, inoltre, si trova un albero circondato da una scala a chiocciola. Potrete prendere un melograno di carta, scrivervi un messaggio, una riflessione sulla vita, e appenderlo sul ramo che preferite. Io ho trovato molto bello leggere i melograni lasciati dagli altri visitatori, qui vedete il mio messaggio preferito:

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Non serve a nulla correre, bisogna partire al momento giusto.

Annalisa*

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